Gestire una crisi

La crisi è sempre stata un oggetto del desiderio per la sinistra. La sua inevitabilità garantiva l’aprirsi di possibilità rivoluzionarie, infondeva ottimismo in tutti coloro che avevano fatto l’abitudine ad essere sconfitti. E persino anni dopo che gli insegnamenti di Marx avevano perso la loro centralità, ogni crisi veniva usata per scrivere ripetitivi epitaffi sulla fine del capitalismo. “Questa volta è quella vera”. 

“E anche questa volta non era lei”. Come scriveva Mark Fisher, la crisi del 2008, ben lontana dal provocare la fine del capitalismo, non ha fatto altro che confermare il mantra centrale del realismo capitalista: There Is No Alternative – Non vi è alternativa. Far crollare le banche? Impensabile. Trasferire denaro pubblico nelle tasche dei privati? perché no. 

Non ci si accorgeva che nel frattempo il capitale era diventato un esperto nella gestione della crisi. Diceva Milton Friedman ai suoi Chicago Boys: “se volete forzare un cambiamento, fate cominciare una crisi”. In Cile queste parole vengono prese letteralmente. Altrove, si è trattato semplicemente di usare ogni crisi come un’opportunità, uno stato d’eccezione da usare a proprio vantaggio. In Russia funziona perfettamente: la ricchezza gestita da pochi nel nome della collettività viene da un giorno all’altra trasferita nelle mani di pochi per gestirla in nome di stessi. Una New Orleans devastata dall’uragano Katrina diventa un enorme laboratorio di privatizzazione del sistema educativo. Una crisi economica permette al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale di imporre rapporti di dipendenza coloniali in giro per il mondo. L’Aquila, 2009: “stamattina alle 3:32 ridevo dentro al letto”. 

Ogni crisi apre una crepa tra le mura traballanti che tengono in piedi le nostre società. A volte quella crepa apre una prospettiva diversa attraverso la quale poter vedere quello che prima ci era nascosto. Fisher direbbe che ci permette di “rilassare un certo tipo di paralisi mentale”. Ma questo non comporta necessariamente alcun cambiamento. Più spesso che non, le crisi servono a legittimare ciò che le precedeva. Il caos trasforma l’ordine in qualcosa di desiderabile. 

 È il compito dei media tenere in piedi questa favola. Così come nel 2008 la ricerca disperata di qualche mela marcia serviva lo scopo di salvare il sistema finanziario da una critica strutturale, così la supposta universalità di questa crisi serve a nascondere gli interessi economici che ne dettano la gestione e le disuguaglianze che mette a nudo. Scriveva Stuart Hall che il processo attraverso il quale i grandi media danno significato agli eventi presume e costruisce l’idea di una società basata sul consenso. Esistiamo come società perché condividiamo paradigmi culturali che ci permettono di interpretare la realtà in comune. All’interno di questa società, quello che ci unisce è sempre più grande di quello che ci divide; il consenso deriva dal fatto che non esistono conflitti di interessi tra classi o gruppi sociali, e che qualsiasi dissenso ha un veicolo legale per essere risolto. 

Sulle pagine dei grandi quotidiani, sulla televisione, attraverso le parole degli influencer (segno di una crisi di legittimità della classe politica); ovunque ci si appella apertamente o tra le righe ad un senso di solidarietà nazionale per una crisi che non fa distinguo di classe o del colore della pelle. Rafforzano quella supposta equivalenza tra governanti e governati attraverso la quale l’oligarchia si dichiara democrazia. “Siamo tutti sulla stessa barca”. Sbandierano un ritorno alla normalità, e quindi ad un’Italia con più di 5 milioni di persone in povertà assoluta, in cui muoiono 3 persone al giorno sul posto di lavoro, in cui una casa su 4 è sfitta mentre per strada si moltiplicano i senza-tetto. Vogliono convincere che la paura di rimanere senza cibo o senza tetto – la miseria di un’esistenza passata all’insegna dell’incertezza – siano sintomi di un’emergenza e non l’emergenza stessa. 

E mentre ovunque piccoli e grandi gesti, volontarismo, contatti e flashmob ricordano il valore di un tessuto sociale sotto attacco da 30 anni di privatizzazione del publico, Confindustria litiga per evitare di fare il minimo indispensabile per garantire la sicurezza dei propri lavoratori. Amazon e Whole Foods chiedono ai propri dipendenti “sani” di donare il proprio congedo di malattia a quelli contagiati. Compagnie piene di liquidità licenziano i propri dipendenti perché questo è il momento di battere la concorrenza che soffre. Nei cieli volano solo i jet privati dei megaricchi. Elena Boschi invita non si sa chi ad andare a riparare le buche di Roma – “tanto stiamo tutti a casa”.

La stessa sovrastante logica del profitto che detta questi comportamenti è alla base dell’incapacità di gestione della pandemia, i cui morti ci sono venduti come un fenomeno naturale e che invece sono consequenza di decisioni politiche. La ricerca di un vaccino per il Sars-CoV-2 sarebbe ad uno stadio ben più avanzato se non avessero bloccato i fondi per lo studio della Sars nel momento in cui non aveva più un mercato. La cura dei malati sarebbe meno caotica se in Italia non avessero tagliato il numero di letti dai 9,22 ogni 1000 abitanti del 1980 ai 2,5 di oggi. 

Rischiamo ancora una volta di raggrupparci intorno al corpo esangue sul lato della strada mentre il pirata di strada fugge inosservato. E mentre stiamo li a guardare, qualcuno ha distrutto e ricostruito la strada, il quartiere e la città. La chiusura dei confini, gli eserciti per strada, le corse ai supermercati: chi pensa che siano momenti eccezionali non ha ben chiaro cosa riserba un futuro fatto di emergenze climatiche. Ma questo non significa abbandonarsi al disfattismo. Al contrario, significa prendere questa crisi per quello che è: un’opportunità. Tragica, ma pur sempre un’opportunità.

Ogni crisi apre un terreno di lotta tra forze che nessuna “solidarietà nazionale” può conciliare, tra un capitale sempre più esperto nella gestione di crisi e una maggioranza di persone per le quali ogni crisi non rappresenta che un nuovo tipo di sacrificio. Ma rispetto ad un mese fa qualcosa è cambiato. Programmi di investimento fino a ieri ritenuti impensabili vengono attuati in poche ore perché esiste la volontà politica di attuarli. Lo stato ovunque entra in gioco li dove il mercato aveva promesso di poter risolvere tutto. Ci si ricorda del valore dei beni pubblici, dell’importanza di certi lavori – l’infermiere, l’operaio – denigrati da un sistema che ricompensa chi “fa per se” mentre punisce chi fa per la collettività. 

Un certo tipo di paralisi mentale si è rilassata, ma non sembra esserci una forza politica capace di intuire la potenzialità di questa crisi e di articolarne le contraddizioni. La posta, come sempre, è alta. La paura dell’altro, la richiesta di sicurezza, un senso di tradimento verso l’Unione Europea: la destra sovranista saprà sfruttare queste emozioni a proprio favore. Nel frattempo, la crisi di piccole imprese ovunque darà un’opportunità ai giganti di ampliare i propri monopoli; negli ultimi giorni Amazon ha assunto 100.000 persone. Infine, si apre uno spiraglio per certe forze politiche di mettere in atto un aumento senza precedenti di welfare statale pur mantenendo retoriche nazionaliste e xenofobe: una combinazione di progressivismo economico e conservatorismo sociale che dovrebbe far suonare campane di allarme a chiunque abbia un minimo di memoria storica. La posta, come sempre, è alta; se non si offre una lettura alternativa della crisi e come uscirne saremo costretti a guardare indietro e ammettere: “E anche questa volta non era lei”.

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